sabato 23 ottobre 2010

Cittadinanza: italiana

Ricordo una frase studiata ai tempi del Liceo, una frase il cui senso era evidente ma che non avvertivo ancora come contingente al mio momento storico . La frase recitava così: "Fatta l'Italia, ora bisogna fare gli italiani!" Mi dissi: "li avranno fatti dopo cento anni questi italiani." Ma poi a chi sarebbe spettato il compito di "farli"? La storia mi aveva insegnato che prima nasce il senso di appartenenza nazionale, il comune sentire di un popolo, il desiderio di emancipazione dallo straniero e poi, alla fine e solo alla fine, lo Stato, quello con la S maiuscola....Di fronte a quella frase mi si insinuò il dubbio che qualcosa forse non era andato per noi italiani esattamente così e iniziò a balenare in me, come dimensione esistenziale, l'idea della precarietà civile. Ricordo che sbalordita e ancora adolescente guardavo gli esiti delle varie tornate elettorali e spaventata quantificavo anche io in percentuale la crescita della destra e delle realtà pseudo-politiche regionali. Iniziavo a capire che cento anni non erano affatto bastati a fare gli italiani e che nemmeno il ventennio fascista aveva contribuito a far nascere il sentimento nazionale. Anzi mi dicevo: "se abbiamo avuto bisogno di un'autorità totalitaria è proprio perchè non  avevamo fiducia nel nostro comune sentire." Le conseguenze di quel ventennio sono, almeno spero, a noi note, almeno a noi che giriamo in una città che non ha più storia per le sue strade a causa dell'insania insicurezza del ventennio che ci ha portato addirittura a impugnare le armi (in realtà le abbiamo inforcate perchè pochi dei nostri soldati erano capaci ad usarle). E così noi italiani, spaventati dalle conseguenze umanamente apocalittiche della guerra, ci siamo inventati il ruolo di sani costitutori di uno stato democratico. Anche qui qualcosa storicamente non tornava: eravamo prigionieri delle grandi realtà politiche internazionali e il nostro desiderio di democrazia nasceva in una sorta di emulazione del vincente e del più forte. Eravamo in pieno nichilismo politico. Le conseguenze di quel nichilismo politico credevo che le avessimo già vissute negli anni  del terrore. Pensavo anche, conformandomi a ciò che storicamente mi avevano insegnato, che la mafia, la ndrangheta, la camorra erano e restavano realtà territoriali avulse dai restanti contesti nazionali. Ma la storia andava avanti e continuava a risuonare in me la famosa frase. Intanto, il senso di precarietà civica e civile cresceva, anzi lievitava di fronte ai vari crolli (crollo del muro, crollo dell'Unione Sovietica) e di fronte alle varie trasformazioni (PC, RC, PD, non li ricordo nemmeno più...). E, infine, l'avvento: annunciazione, annunciazione, il Salvatore era "sceso in campo". Ricordo che alla sua prima vittoria provai un senso di risentimento profondo per tutti noi italiani e mi sentii tremare la terra sotto i piedi: era tutto vero, stava accadendo in Italia e io era italiana. Il precariato non era più un'idea, ma stava trovando una forma e la famosa frase era più che mai contingente al qui ed ora....Il passaggio dal nichilismo politico al nichilismo morale è stato breve e causale. Qui ed Ora ci chiediamo perchè il Salvatore? perchè la corruzione in ogni dove? perchè la non informazione? perchè il non stato con la s minuscola?
Domande che lasciano il tempo che trovano per chi non conosce la storia, la storia di noi italiani che abbiamo atteso da un certo tempo in poi sempre la manna dal cielo negandoci il senso profondo del sacrificio per la crescita del paese in cui "semplicemente" viviamo...

La storia siamo noi



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