domenica 24 ottobre 2010
Estranea in terra propria
C'è un senso di estraneità che diventa più disarmante se nasce ed è nutrito dalla mancanza di riconoscimento nella propria terra. Quel senso di estraneità varca le soglie del malessere e si insinua nei propri passi che segnano la direzione delle proprie decisioni. Perchè si ha bisogno di essere riconosciuti nelle propria identità, si ha bisogno di un supporto e di un rinforzo nella propria terra. Quando ciò manca si comprende che è più difficile camminare solo con le proprie gambe, guardare solo con i propri occhi, amare solo con il proprio cuore. E' più difficile, ma non è impossibile. Sempre meglio che guardarsi e non riconoscersi, uniformarsi alla propria terra senza essere veramente se stessi. Cogliere l'estraneità mi fa comprendere il mio passato, quando ancora pensavo che la realizzazione di una donna passasse solo per i "sacramenti sociali" del matrimonio e della filiazione. E quando credevo che la mia vita dovesse procedere sullo stesso terreno su cui era proceduta la vita di tutte le donne che mi circondavano, mi sono inventati tanti falsi amori. Non avevo ancora capito che anche la solitudine, quella necessaria che ci permette di essere veramente a contatto con noi stessi, quella solitudine che ci fa crescere per amare veramente e profondamente l'altro, può essere donna. Ora che amo un lui che non mi potrà mai dare i suoi occhi per vedere meglio il mare, so che la mia strada è più difficile, ma non per questo sbagliata. Ora che sento che la mia realizzazione, come anche il mio amore per un uomo, passa proprio per questo sentimento di distanza dalla mia terra, avrei voglia di dire a tutti: io non sono come voi e non posso somigliarvi. In tutto ciò non c'è nulla di giusto o sbagliato....legittimo anche il timore di chi fatica a riconoscermi donna nel mio modo unico di esserlo . Ho scelto la strada più difficile, quella dell'emancipazione. Ho scelto me e scegliendo me non posso più pretendere di essere riconosciuta nella mia terra. Difficile, ma non impossibile. Eppure amo, lotto, rido, piango, scelgo come tutti nella mia terra. Allora cosa c'è di estraneo in me?
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“Solo chi regna al centro di sé ha diritto ad una stanza” scrive Grazia Livi ad epigrafe di un suo testo di critica letteraria, in evidente controcanto al fortunato saggio di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sè. E sembra cogliere molto bene il punto cruciale della questione, che emerge peraltro anche da queste tue riflessioni sulla cittadinanza femminile. Le donne sono estranee ovunque, gli ordinamenti sociali non le “prevedono”, perlomeno non le prevedono come cittadinanza attiva, parlante, pensante e decidente. Su questo si innestano poi le peculiarità dei luoghi. La terra che ti ha generato è difficile ed aspra, anch’io molte volte l’ho sentita amara nonostante per me continui ad essere dolorosamente appassionante. È violenta a un tempo, e però acquiescente con i potenti; bellissima eppure incurante della sua bellezza.
RispondiEliminaMa l’urlo che ci sale dalle viscere, “io non sono come voi”… è uguale, credimi, anche in questa padania diffidente e disperata; ed è segno di “qualcosa” che non si piega, che non si adatta. Io so che di lì passa la mia libertà.